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La bimba dagli occhi grigio tempesta era in piedi sullo scoglio a picco sul mare, e la sua ombra sottile e semi invisibile nell’oscurità si stagliava netta contro il cielo burrascoso. Soffiava un vento impetuoso, che sferzava senza pietà il corpo della bimba e sollevava i lembi di stoffa stracciata che ricoprivano le sue membra; i capelli, lunghi e lisci, erano serpenti neri sotto la luce accecante dei primi lampi che saettavano in cielo e disegnavano ragnatele arzigogolate tra le nubi temporalesche.
La bimba dagli occhi grigio tempesta socchiuse le palpebre, con lo sguardo perso a scrutare il vuoto in lontananza, in un punto imprecisato dell’orizzonte disegnato dall’acqua. Le onde si gettavano contro la roccia con tutta la loro potenza, sfracellandosi addosso a essa, e sollevavano alti spruzzi che decoravano l’aria per pochi istanti. Il loro rombante sciabordio aveva reso quasi sorda la bimba, i cui piedini nudi si erano ancorati alla pietra e non scivolavano ancora sulla bianca schiuma che si avvicinava sempre di più, con il sopraggiungere dell’alta marea.
La bimba dagli occhi grigio tempesta rimaneva immobile, al centro del temporale che avrebbe potuto portarla via con sè per sempre. La bocca minuta era ridotta a una linea sottile, le mani serrate a pugno e il respiro quasi impercettibile. I suoi occhi grandi e profondi osservavano il rimescolarsi delle acque, che rumoreggiavano cupamente tutt’attorno a lei: le onde l’avevano sempre affascinata, anche quando erano alte e spaventose. E pericolose. Perché lei non temeva il pericolo.
La bimba dagli occhi grigio tempesta avvertì qualcosa di duro incastrarsi tra le dita del piede destro. Si chinò e raccolse una bella conchiglia bianca, a spirale, che immediatamente considerò simile a sè: chissà come era riuscita a sopravvivere durante il lungo viaggio in mare, chissà quanto tempo aveva ancora da vivere così, bella e intatta. Le stesse domande che lei si porgeva ogni giorno.
La bimba rigirò tra le mani sporche quell’oggetto, grande quanto il suo palmo. Aveva venature grigiastre, causate da alghe e coralli, e l’interno, che un tempo ospitava un piccolo mollusco, era pieno zeppo di sabbia bagnata. Esattamente come me, pensò la bimba; presentava ferite, ferite irreparabili, e ciò che era parte di lei, ciò per cui era nata, ora non esisteva più.
La bimba dagli occhi grigio tempesta fissò la conchiglia, addormentata sotto le sue dita dalle unghie mangiucchiate, immobile. Poi, all’improvviso, alzò un braccio e la scagliò lontano, osservandola mentre volava e cadeva a picco sul mare che brontolava.
La bimba tirò su con il naso. I capelli e i vestiti le danzavano intorno, ma lei non si muoveva.
Una saetta zigzagò in cielo, e lei si rivede davanti come in un velocissimo flash tutti i momenti della sua vita fino ad allora. La nascita in mezzo al fango, fra le braccia di una madre violentata che non la voleva. L’abbandono tra i cespugli, la casa del pastore del nord che l’aveva trovata. I fratellastri maligni e crudeli che la picchiavano. La vendita come schiava in una miniera, gli anni di lavoro forzato. La volontà di vivere, la fuga. Rivide anche le piccole gioie: un fiore profumato colto quando aveva sei anni in un prato d’erba color smeraldo; la carezza di un ragazzo che aveva incrociato per via e che le aveva detto di non arrendersi; la potenza ineguagliabile della natura, che si stava mostrando davanti a lei anche in quell’istante in tutto il suo furore.
La bimba dagli occhi grigio tempesta, oscurati ora dal nero oblio del ricordo, vide un’immagine sfuocata che prendeva il sopravvento su tutte le altre, riportandole alla mente ricordi, desideri, dolori, situazioni che avrebbe voluto dimenticare per sempre.
Dimenticare. Nessun uomo può dimenticare. Non ci crederà mai abbastanza.
Ogni cosa torna a galla, prima o poi. Tranne la conchiglia bianca, che in quel momento stava probabilmente fluttuando verso il fondale marino senza una destinazione precisa, lasciandosi trasportare dalla corrente, più forte della sua volontà.

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Categories: Scuola

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