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Una delle partite che più hanno segnato la storia della nostra nazionale è quel Brasile-Italia dei Mondiali del 1982. Diversamente rispetto al formato attuale del torneo, dopo gli otto gironi eliminatori si formavano quattro gironi a tre squadre. Gli azzurri si devono scontrare con due compagini fortissime: l’Argentina della generazione d’oro, capace di vincere il Mondiale precedente e quello successivo capitanati da Diego Armando Maradona, battuta dall’ Italia 2-1; il Brasile dei fenomeni, che però affonda a causa di un Paolo Rossi stratosferico, capace di segnare tre gol e decidere la partita più bella dei Mondiali. Sappiamo come andrà a finire, con la Coppa del Mondo sollevata da Zoff.
Tornando con la mente a quel Brasile colmo di campioni, tra cui emergono per fantasia Zico, Falcao e un uomo alto più di un metro e novanta, un cespuglio di neri riccioli, a periodi accompagnati da una ispida barba, porta la fascia da capitano. Si potrebbe pensare che il suo modo di giocare sia caratterizzato dal colpo di testa e l’uso del fisico; invece i suoi piccoli piedi accarezzano la palla con una delicatezza unica, la sua mente disegna traiettorie impensabili, verticalizzazioni che trovano impreparata qualsiasi difesa, e quando lo spazio davanti a lui è inesistente, dà la palla dietro usando spesso e volentieri il tacco. Il nome di questo giocatore è lunghissimo come ogni nome brasiliano, ma il “Dottore”, come lo chiamano i tifosi, è ricordato da tutti come Socrates.
Oltre ad essere considerato uno dei più grandi giocatori di calcio della storia, viene ricordato per la sua intelligenza e le sue battaglie sociali e politiche. Socrates nasce nell’Amazzonia, la sua famiglia è povera, ma suo padre è un intellettuale autodidatta, studia da solo la storia antica e i filosofi greci. Viene colpito particolarmente da un’opera, “La Repubblica”, dove tutto ruota attorno al tema della giustizia, Platone delinea lo stato ideale e scrive il “Mito della caverna”. Socrate è uno dei personaggi di cui si serve Platone per costruire il suo dialogo, e così il padre decide che il nome più appropriato per il suo primo figlio debba essere Socrates. La famiglia, inoltre, decide di spostarsi in città, a Ribeirão Preto: il pater familias vuole dare la possibilità di studiare ai suoi figli, e Socrates si laurea in medicina e da questo scaturisce il soprannome “dottore”, il primo uomo di famiglia a laurearsi dopo generazioni di umili contadini e lavoratori. Eserciterà la professione di medico conclusa la carriera. Il dottore nella sua giovinezza non considera molto il calcio, si impegna molto nello studio e gli allenamenti son per lui solo un’occasione per rilassarsi e passare qualche ora lontano dai libri. C’è però un problema, il suo talento cristallino lo porta ad essere notato da squadre importanti, e quando il Botafogo gli dà la possibilità di giocare in prima squadra, Socrates decide di diventare un calciatore. Nel 1978 viene ceduto al Corinthias, dove rimane per 6 anni. Con Socrates il club diventa uno dei più forti del Brasile, un esempio di lotta contro la dittatura e una speranza di libertà e democrazia per ogni brasiliano: questo periodo viene chiamato “Democrazia corinthiana”.
Uno dei migliori e meglio riusciti esperimenti socio politici. Il Corinthias diventa una piccola democrazia diretta. Tutti si riuniscono in assemblea, dal cuoco all’allenatore, dal preparatore atletico al terzo portiere, ogni scelta viene messa ai voti, dagli orari di allenamento al menù e persino la rosa che scende in campo durante il campionato. Il Corinthias diventa uno strumento di lotta politica contro la dittatura militare, e Socrates ne divine il più importante ed influente rappresentante. Gli slogan pubblicitari sulla maglia non ci sono: al loro posto, nella parte posteriore, la squadra ha votato per stampare un’unica scritta: Democrazia. Il dottore gioca spesso e volentieri con una fascia sulla fronte con scritto “justice” e la sua esultanza con il braccio alzato e il pugno chiuso diviene iconica.
Ogni storia ha una fine, e nel 1985 Socrates arriva in Italia, nelle file della viola, a Firenze, e non ci sembrerà affatto strano che si innamori della città, della sua arte e della sua cultura. “Vorrei morire nel giorno in cui il Corinthias vince il titolo nazionale” e cosi accadde. Socrates e il suo genio lasciano questo mondo il 4 dicembre 2011, e nello stesso giorno il Corinthias si laurea campione brasiliano.

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Categories: Sport

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