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“Devi essere psicopatico per pensare che io do un’accettata a mi’ nonna e lo vado a dire in una canzone” Noyz Narcos

“Imagine all the people living life in peace” cantava John Lennon, e chi non la conosce? La canzone “Imagine” nel corso della storia è ben presto diventata un emblema della pace mondiale, ma (quanto è ironico il mondo?) la bocca da cui uscivano quelle parole in note non era esattamente la più pulita. Avete presente quando alle scuole medie c’era l’immancabile bulletto che faceva il verso al ragazzino disabile a ricreazione, ecco provate a immaginarvi la stessa scena durante gli anni ’60, in bianco e nero, trasmessa nella televisione del vostro salotto, con l’aguzzino dai capelli a caschetto sopra un palco mentre imbraccia la sua chitarra facendo gesti e smorfie per incitare il pubblico di disabili. Ebbene, John Lennon era anche questo.
Spiazzati? Beh, non dovreste esserlo. Su quel palco, infatti, non c’era John Lennon, ma era stato rimpiazzato per qualche istante da John. John Lennon è l’artista che tutti conosciamo, leggenda del rock, membro dei Beatles, simbolo hippie di pace e libertà, John invece è una persona, geniale sicuramente, ma se vogliamo dirla tutta anche meschina, violenta con il figlio e pervertita. Non voglio dilungarmi sul demitizzare la figura di John Lennon, c’è già internet per questo, ma il suo esempio dimostra come ci sia una evidente differenza fra la persona e il personaggio, fra uomo e alter ego artistico.
Più di una volta mi è capitato di sentire accuse verso musicisti e artisti, principalmente rock e rap, riguardo l’idea che i loro testi spingano i giovani verso comportamenti sbagliati. La questione potrebbe essere chiusa semplicemente con una frase che il rapper romano Noyz Narcos (celebre per i suoi testi crudi) disse in una videointervista per la rivista Vice nel 2012: “Devi esse’ un cerebroleso per prendere seriamente ‘na c*****a del genere, del tipo che dai un’accettata a tua nonna. Devi essere psicopatico per pensare che io do un’accettata a mi’ nonna e lo vado a dire in una canzone”. Sebbene la schietta citazione in gergo romano metta in luce con poche parole la vera prospettiva della questione, vedrò di spiegarmi in toni più dialettici.
Partiamo dal fatto che la musica, come la pittura, la scrittura, il cinema e tante altre discipline sono considerate arte, e, di conseguenza, chi vi si dedica può essere considerato, nella maggior parte dei casi (senza voler profanare a tutti i costi una parola così sacra), un artista. Ha senso che un artista limiti e censuri la sua arte per accontentare e compiacere il pubblico? Che ne sarebbe di “La colazione sull’erba” di Monet se invece che rappresentare una ragazza nuda su un prato che si diletta con due uomini, avesse rappresentato una dea (il cui nudo veniva socialmente accettato) o, ancor peggio, la stessa ragazza vestita, il tutto per accontentare gli spettatori? Che ne sarebbe stato dell’opera-culto “I fiori del male” di quel brav’uomo di Baudelaire se non avesse scritto in quello stile che verrà definito “crudo realismo”? Che ne sarebbe stato dello stesso Baudelaire, si sarebbe banalmente conformato? Per non parlare delle avanguardie che durante il corso della storia si sono distaccate dai canoni e precetti comuni alla ricerca della novità. Vivere per accontentare gli altri è di per sè un atteggiamento piuttosto triste, il che diventa angoscia se si applica la stessa prospettiva all’arte.
E’ sicuramente vero che si può trovare violenza e blasfemia nei testi di rapper di periferia e gruppi metal norvegesi ed è anche vero che a volte le stesse vengono inserite in modo gratuito, senza alcun fine artistico, ma in ogni caso, vista la società di cui facciamo parte, scaricare la colpa di azioni sbagliate da parte di teenagers sulla musica mi sembra una posizione quantomai comoda, se non ridicola. I problemi adolescenziali quasi sempre nascondono, in realtà, carenze affettive, educative o semplicemente un’eccessiva indulgenza o noncuranza da parte dei genitori. Si può crescere un bambino con le canzoni di San Remo, Tiziano Ferro e i tanto amati Beatles, ma un giorno quel bambino crescerà e magari scoprirà Noyz Narcos, gli piacerà e una mattina metterà un suo brano nello stereo dell’auto mentre suo padre lo accompagna a scuola. A quel punto un buon genitore al posto di abbassare il volume con un classico “Ma cos’è sta roba?” (anche disponibile nelle forme “Questa non è musica, è rumore!” oppure “Non si capisce niente, può aprire la bocca quando canta!”) spiegherà a suo figlio l’importanza di non emulare azioni solamente perchè si sentono in una canzone e accetterà il fatto che possa avere gusti diversi dai propri, il che è perfettamente naturale (che affanno chi è solamente figlio dei propri genitori!).
Quando si è adulti spesso ci si dimentica come era essere ragazzi e ciò che per alcuni è solo rumore o volgarità, per altri è un modo per sfogare un proprio malessere oppure per vivere per qualche minuto in un mondo diverso dal solito. Perchè, in fondo, a che cosa serve l’arte se non per evadere per un po’ da questo mondo che ci stringe e ci costringe? Perchè, in fin dei conti, siamo tutti dei John e ognuno a modo suo, anche solo per qualche istante, ha bisogno di sentirsi un John Lennon.

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