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Chi avrebbe mai detto che Donald Trump sarebbe diventato il 45esimo presidente degli USA? Probabilmente tutti la mattina del 9 Novembre dopo aver appreso della vittoria del candidato repubblicano siamo rimasti senza parole, soprattutto dato che tutti i sondaggi lo davano perdente. Ma proviamo a capire come quest’uomo, la più alta espressione del capitalismo, accusato di essere un sessista, un razzista, di non aver pagato le tasse per 18 anni, nonché di essere incompetente in campo politico, sia riuscito a conquistare 290 grandi elettori. Fa scalpore come Trump sia riuscito a conquistare la presidenza con un programma politico estremamente discutibile: costruire un muro lungo il confine con il Messico, deportare 11 milioni di immigrati clandestini, punire con 5 anni di carcere chi entra illegalmente negli Stati Uniti, rompere diversi accordi commerciali dichiarando guerra commerciale alla Cina, tagliare le tasse della classe media del 35% aumentando allo stesso tempo la spesa pubblica (come sia possibile lo sa solo lui) e abolire l’Obamacare (riforma sanitaria a opera di Obama). Più che chiedersi come abbia fatto Trump a vincere le elezioni bisogna chiedersi come abbia fatto la Clinton a perderle. Questo è lo snodo che ci permette di capire meglio come Trump abbia trionfato. Il più grande errore commesso dalla Clinton, oltre a sottovalutare il suo avversario, è stato quello di porsi come rappresentante dello status quo vigente e di voler continuare nella linea politica di Obama.

Il primo presidente nero della storia americana sarà di sicuro ricordato per la sua onestà, empatia, umanità e amore per la libertà che lo hanno guidato in una politica di luci nell’economia, nelle politiche ambientali, nei diritti civili e nella lotta al terrorismo ma anche di ombre dovute soprattutto al rapporto conflittuale con un Congresso a maggioranza repubblicana che gli ha impedito di affrontare a dovere il problema degli immigrati clandestini, delle questioni razziali, dell’eccessiva diffusione di armi da fuoco, delle enormi sperequazioni nella distribuzione dei redditi ma soprattutto della continua perdita di terreno del ceto medio (vero motore dell’economia americana) schiacciato dalla globalizzazione e dall’automazione dei processi produttivi verso livelli retributivi sempre più bassi. Tutte queste ombre hanno messo le ali alla candidatura di Trump , che ha rivolto la sua attenzione alla “malcontenta” working class ponendosi come portabandiera di una rivolta contro il sistema rappresentato dalla classe politica democratica che da tempo aveva rinunciato a farsi capire dai cittadini, a spiegare perché erano necessari gli accordi commerciali internazionali e gli investimenti in settori industriali diversi da quelli tradizionali. Trump ha saputo sfruttare la speranza di cambiamento dei lavoratori della “Rustbelt” (gli stati come il Wisconsin, Michigan, Ohio ovvero il vero polo industriale statunitense) che hanno fatto pendere l’ago della bilancia elettorale verso il partito repubblicano. Questi elettori vedono gli USA come un’azienda in crisi e per questo hanno deciso di affidarsi ad un businessman d’eccellenza.

Che ne sarà adesso degli Stati Uniti? Che ne sarà di diritti civili, aborto e matrimoni gay, sanità, clandestini e disoccupazione? Che ne sarà della simpatia per Putin? Che ne sarà delle sfide lanciate alla Cina in campagna elettorale? Che ne sarà del cammino delle donne nella società americana? Che effetti produrrà quel muro ipotizzato al confine con il Messico?

Non resta che attendere.

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Categories: Attualità

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