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L’altro giorno sull’autobus è salita una compagnia di sordomuti. Il primo era un ragazzo di colore, con un paio di occhiali rotondi e l’espressione sempre concentrata e importante, un po’ come Morgan Freeman, ce l’hai presente?
Il secondo, invece, era un ragazzo con una giacca in pelle e qualche piercings: septum al naso e medusa sopra le labbra (e ai baffi). Più tardi, quando si è tolto il berretto, ha scoperto la testa rasata, ma già lo sapevo che era rasato, non poteva non esserlo. Voglio dire, lui era esattamente una di quelle persone che ti aspetti che siano rasate; i piercings, la barba, i baffi e, quindi, la pelata. Forse è il contagio della moda hipster, anche se non era esattamente un hipster. Ma doveva essere rasato. Questo sì.
Dopo di lui c’era una ragazza con gli occhiali, qualche brufoletto e un sorriso un po’ da coniglio, non in senso cattivo, ma sai, quei denti larghi, alti e compatti, pronti a rosicchiare. Trasmetteva allegria. Aveva addosso un maglione di lana a fili grossi, se non ricordo male. Sembrava la classica universitaria nerd, e con buona probabilità lo era.
Che poi è incredibile come le persone siano quello che appaiono e allo stesso tempo non lo siano. Cioè, lei poteva essere una cameriera, una baby sitter, poteva non essere sordomuta (se non avesse comunicato a gesti con gli altri del gruppo non avrei mai capito che era sordomuta) eppure quando l’ho vista per me è immediatamente diventata la ragazza universitaria nerd, come il ragazzo nero è diventato Morgan Freeman e il ragazzo pelato è diventato il cantante di una band che ascoltavo parecchio un paio di anni fa. Magari non ci somigliano nemmeno tanto ai loro alter ego, ma per me loro non avevano un nome, ma erano diventati l’immagine di qualcos’altro, che era vero per me, ma sicuramente non lo era per loro e a loro volta apparivano diversi alla mia amica seduta nel sedile di plastica di fianco al mio. Immagino che ognuno veda la realtà attorno a sé come una proiezione del suo mondo interiore, vediamo quello che vogliamo vedere. Forse è per questo che ci dà fastidio quando le persone ci giudicano dall’apparenza, è come se non vedessero noi, ma vedessero qualcun altro, qualcuno che è nato dalla loro stessa testa.
Secondo me le relazioni (di qualsiasi genere) sono come uno scontro continuo di mondi. Non so bene come spiegarlo, tipo l’intersezione di insiemi in matematica. Due insiemi possono avere elementi in comune, che stanno in quella porzione intermedia a forma di mandorla, ma poi ci sono tutti gli altri elementi che non sono comuni e sono a sé stanti. Ogni insieme può avere elementi in comune con un altro insieme e, più ne hanno, più subentrano l’uno nell’altro. Immagino, però, che ci siano sempre degli elementi dell’insieme che resteranno isolati, perchè, altrimenti, non sarebbero più due insiemi distinti, ma uno solo. Un insieme non riconosce gli elementi dell’altro insieme che non gli sono comuni perchè non sono parte di lui, gli sono estranei. Certi elementi sono destinati a rimanere per sempre isolati. Capisci che intendo? Incredibile come siamo tutti degli insiemi.
Tornando a noi, il ragazzo di colore con gli occhiali, il ragazzo pelato con i piercings, la ragazza con il maglione e i denti da coniglio e, infine, c’era quella ragazza carina a chiudere il gruppo. Cioè non era una modella o chissà che, anche perché ci sono quelle modelle che vedi alla tv o nei cartelloni pubblicitari in intimo che sono belle ragazze, per carità, ma che ti dicono in fondo? Non ti sembrano delle immagini vuote? Cioè sì, sono lì in intimo che sculettano per vendere l’ennesimo completo uguale a quello dell’anno scorso, eccetera, ma concretamente che sono? Come puoi definirle? Non hanno spessore.
In fondo non era così bella, anzi aveva i denti anche leggermente separati fra loro e il naso curvo. Ma gli occhi, gli occhi. Azzurrissimi e intensi e poi due occhiaie che il fondotinta non riusciva a coprire del tutto. Io adoro le occhiaie, sono parte dello sguardo di una persona. Voglio dire, ci sono persone curatissime, niente occhiaie, né macchie, né cicatrici. Sono attraenti, ma che diavolo guardi in quelle persone? Nel senso, se vedo le occhiaie di una persona (che poi non sono nemmeno tutte uguali, hanno una loro conformazione caratteristica) mi chiedo perchè ce le abbia: avrà fatto serata? Oppure ha fatto le ore piccole per studiare per un esame? Ha preoccupazioni che tengono svegli la notte? Un lavoro che esaspera? Una famiglia da mantenere’? Forse è solo stanca. Fa riflettere, dà una certa caratura. In una persona senza particolari che diavolo guardi? Che diavolo pensi?
Forse i belli sono solo fortunati ad essere belli o forse vogliono piacere. Hai presente quella gente che vuole piacere a tutti? Quelli che fanno di tutto per apparire perfetti e cercano di esserti amici ad ogni costo. Non li capisco. Con tutti quei sorrisi e i modi gentili e amichevoli, cioè ci sono persone che lo sono veramente, gentili e amichevoli intendo, ma altri lo fanno perchè vogliono piacere, immagino. Non credo nemmeno che lo facciano apposta o che siano realmente ipocriti o chissà che, ma come faccio a confrontarmi con una persona che mi sorride sempre ? Cioè urlare serve, metaforicamente parlando. Non si può essere amici di tutti, anzi è già tanto esserlo veramente per qualcuno.
Ad ogni modo, la compagnia ha occupato quattro posti: da una parte le due ragazze e il rasato, nei quattro sedili, quelli che si guardano a due a due (hai presente?), dall’altro lato il nero. Suona razzista come cosa, ma giuro che non era così. C’era già altra gente seduta e loro si sono dovuti dividere. Stavolta ad essere solo era il ragazzo di colore, la prossima volta probabilmente sarebbe toccato a qualcun altro. Così è la vita.
Era diverso, comunque. Se un gruppo di amici si divide in autobus, probabilmente non parla molto, a causa della distanza fra i sedili, a meno che non siano ragazzini del primo anno di superiori. In quel caso urleranno, a prescindere dal posto occupato dai loro amici (e intralceranno il corridoio dell’autobus con i loro zaini). Comunque era diverso, dicevo. Loro parlavano, eccome se parlavano. I gesti non fanno rumore, non disturbano nessuno. Pensa se potessimo tutti parlare e contemporaneamente avere le cuffiette. Loro non le avevano, ma pensa se. Vivrei con la musica nelle orecchie. Parlavano e si divertivano. Ad un certo punto il nero ha chiesto al pelato di togliersi il capello e io ho avuto la conferma definitiva sulla sua testa (ma già lo sapevo), poi dal suo sedile solitario si è allungato verso di lui, gli ha accarezzato la testa liscia e si è messo a ridere. Tutti ci siamo messi a ridere, almeno con gli occhi.
Sembravano così spensierati e forse lo erano, o forse no. Perchè abbiamo l’idea che le persone disabili debbano essere più infelici di noi? Cioè, voglio dire, tutti siamo diversi, in fondo. Tutti siamo uguali solo di fronte alla legge, almeno ufficialmente, ma, oltre a ciò, viviamo nella diversità. Ognuno ha i propri handicap, chi più consistenti, chi meno, ma questo dovrebbe precludere la nostra felicità? Ragioniamo come se noi fossimo nel loro corpo, ma in realtà non ci siamo mai stati, come loro nel nostro, del resto. Capisci che voglio dire? Pensiamo che siano infelici perchè, in fondo, probabilmente lo siamo noi per primi anche se ci sentiamo, camminiamo e tutto il resto. Se fossimo sereni, capiremmo che probabilmente anche in condizioni del genere si può trovare qualcosa per cui sorridere. Tutti hanno problemi, la differenza sta nel come si affrontano.
Li vedevo lì davanti a me mentre si divertivano fra loro, a comunicare nella loro lingua segreta in quel rettangolo di sedili che, seppur occupato anche da altri passeggeri, sembrava solamente loro e pensavo come, però, essere sordomuti abbia anche dei lati positivi. Cioè, non che domani mi forerei i timpani o niente del genere, anche perchè immagina che impegno dover parlare muovendo in continuazione le mani con il freddo invernale o non poter ascoltare la musica, però si risparmiano un sacco di noie. Non sentono i ragazzini di prima superiore che urlano, le parole inutili della gente, i discorsi di Salvini in tv. In più immagino si evitino un po’ di convenzioni sociali tipo il chiedersi “come va?” tra conoscenti, per rispondersi “Tutto bene, tu?”, anche perchè in due minuti che vuoi dirti? Non basterebbe una vita intera per raccontarsi certe cose.
Se fossi disabile probabilmente prenderei in giro qualcuno di quelli che mi stanno attorno. Non letteralmente, s’intende, ma sfrutterei la mia posizione, fingerei di non capire, insulterei un po’ di gente, ce ne sarebbero di cose da fare. Tanto poi gli altri, per sentirsi un po’ più apposto con la loro coscienza mi perdonerebbero o addirittura mi aiuterebbero. Chi non aiuterebbe un disabile? Sarebbero loro i disabili, in un certo senso. Certe volte proprio li invidio quei bastardi.

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Categories: L'editoriale

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