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Il mondo come lo conosciamo è destinato a cambiare. Presto infatti le riserve di combustibili fossili (petrolio, carbone e gas) da cui dipendiamo in tutto e per tutto, esauriranno e per il nostro mondo sarà sicuramente un trauma: usiamo combustibili fossili per quasi ogni aspetto della nostra vita elettricità, riscaldamento, trasporti, produzione industriale e anche agricoltura. Ora, senza isteria pre-apocalttica, è oggettivo che è necessario fare qualcosa per, quantomeno, non farci troppo male quando il crack avverrà.

Già nel ’73 quando i paesi dell’OPEC – Organizzazione Paesi Esportatori di Petrolio – decisero di bloccare le esportazioni (a causa della Guerra del Kippur tra Egitto, Siria ed Israele), il mondo occidentale prese coscienza dell’estrema fragilità e precarietà che la dipendenza da petrolio gli causava. In primo luogo furono imposte rigide limitazioni sui consumi, danneggiando, in maniera differente in base alle aree geografiche, l’industria.

Per questo si cercarono alternativa al petrolio mediorientale: la Norvegia trovò giacimenti di petrolio nel Mare del Nord e vi fu un grande impulso all’utilizzo delle centrali nucleari in paesi come la Francia e il Regno Unito. L’Islanda invece, uno staterello circondato dal mare, affinò enormemente lo sfruttamento dell’energia geotermica, da sempre presente sull’isola a causa dell’intensa attività vulcanica. Ad oggi il 90% della popolazione urbana islandese si riscalda grazie geotermia e più del 50% dell’elettricità ha la stessa origine, rendendo l’Islanda un caso unico al mondo.

L’Islanda ha una situazione geologica particolare, è vero, ma dimostra che è possibile avere delle alternative rinnovabili e pulite.

I combustibili fossili oltre a non essere sostenibili poiché i tempi di rigenerazione sono estremamente lunghi, inquinano direttamente l’atmosfera rilasciando sostanze nocive per l’uomo e per l’atmosfera ed inoltre, a causa dell’emissione di C02, causa il tanto famigerato effetto serra causa del surriscaldamento globale con molteplici ripercussioni sulla stabilità dei processi naturali

Vi propongo a questo punto la visione del film-documentario “Domani”. Tranquilli, non si tratta di un documentario banale e noioso. No, questo è un documentario ben realizzato e per niente banale che propone soluzioni reali e sostenibili già in atto, dando una nuova percezione dell’ecologia.

“Forse non esiste una scuola perfetta, una democrazia perfetta, o modelli economici perfetti, ma quello che è emerso nel nostro viaggio è una nuova visione del mondo, dove potere e autorità non sono un privilegio di pochi, ma dove tutto è collegato, interdipendente, come in un mondo più complesso, dove la nostra vera forza è la diversità, dove ogni persona e ciascuna comunità sono autonome, quindi più libere, hanno più potere, quindi più responsabilità. Come la cellula, che deve essere sana perché l’organismo funzioni, ma deve anche poter contare su tutte le altre cellule. Queste persone scrivono una nuova storia. Ci dicono che non è troppo tardi, ma ci dobbiamo dare da fare. Adesso!” dice la regista nel documentario.

Per la realizzazione il finanziamento è arrivato da 100 mila donazioni private, i registi sono Cyril Dion e Mélanie Laurent, attrice ne “I bastardi senza gloria” di Tarantino.

Stefano Montefiori del Corriere della Sera ha intervistato la regista Mélanie Laurent:

Il suo documentario parla del futuro del Pianeta, ma si esce dal cinema fiduciosi. Era questa la sfida? Realizzare un «feel-good movie» su un tema di solito associato alle catastrofi? «L’analisi della realtà è in effetti piuttosto allarmante — spiega Laurent —. Quindi può paralizzarci e rinchiuderci in un pessimismo che non è costruttivo. La nostra idea è stata quella di fare il contrario. Sì, le cose vanno male. Che cosa possiamo fare e, soprattutto, che cosa già fanno le persone? Ridare un senso a tutto questo è stato uno dei nostri principali obiettivi».

Qual è stata l’importanza del crowd-funding? Ha favorito la libertà del film? «È stato fondamentale, come un punto di svolta. Le persone hanno donato così tanto e in modo così veloce che questo ci ha dato una energia supplementare. Abbiamo avuto la libertà di fare quel che volevamo ma ci ha dato soprattutto più soldi per andare a girare in più Paesi».

Quando le è venuto l’interesse per l’ambiente? «Più o meno sette o otto anni fa, ho fatto degli incontri che mi hanno fatto scoprire la possibilità di consumare in modo più responsabile, mangiare meglio… È qualcosa che è arrivato lentamente, è un cammino lungo».

Che cosa pensa della proposta dello storico belga David Van Reybrouck, che parla del sorteggio come di una possibile uscita alla crisi in cui versa la democrazia? «Trovo che il suo approccio e i suoi interrogativi siano interessanti e hanno il merito di metterci di fronte alle vere questioni. Forse il contributo dei cittadini presso gli uomini politici potrebbe apportare un po’ di buon senso. Le esperienze condotte in alcuni Paesi meritano di essere studiate da vicino».

In Francia il film ha ottenuto un successo imprevisto per un documentario. Perché, secondo lei? «Non ce lo aspettavamo. Siamo stati sommersi dal successo intorno a questo documentario. Soprattutto sono le iniziative nate intorno al film che ci hanno commosso. Credo che gli spettatori abbiano apprezzato il fatto che non facciamo sentire le persone colpevoli, ma piuttosto diciamo loro che ci sono cose grandi o piccole che si possono fare».

(Corriere della sera, Stefano Montefiori 8 ottobre 2016  17:57)

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