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Apro gli occhi, vedo la stanza illuminata da un fascio di luce, realizzo di essermi addormentato, pieno di pensieri, e risvegliato nel modo opposto: tabula rasa, sensazione di vuoto, un vuoto che diventa pensiero nel momento stesso in cui cerco di definirlo come tale. Sono le 7.00, in punto, di una domenica come altre. Mi affiora il pensiero di cosa potrebbe riservarmi la giornata, non capisco io stesso se necessito di un programma, o il non averlo possa stimolarmi nel riflettere più a lungo.

Forse è proprio così, penso, mala sveglia suona, interrompendo il flusso e riportandomi ai programmi prestabiliti dalla routine. Sono le 7.00, in punto.

7.15, come ogni mattina, sembra durare un secondo quel momento in cui richiudo gli occhi fino a quando li riapro e realizzo di fare fatica ad alzarmi.

Sono qui che scrivo, perché lo faccio? Riempio fogli su fogli con pensieri che probabilmente non indentificherei se non li riordinassi su di un foglio. In fin dei conti, sono un ragazzo qualsiasi che vive una vita qualsiasi. Forse mi sbaglio, forse scrivo proprio per sfuggire ad un destino incollatomi addosso dal fato. Una famiglia normale, una casa normale, amici, passioni, impegni, tutto nella norma. Ma perché? Perché subire una vita con l’unico intento di non scontrarmici? Sarebbe forse anormale se volessi abusare della mia vita? Se volessi far entrare la mia vita in quella di altri, rendendola una vita normale,  una di quelle descritte nei libri, nei film, una di quelle che fa sembrare tutto più facile, tutto scritto, basterebbe emularla. Una vita al limite tra il condurre una vita strabiliante e il farla apparire semplice, e di nuovo, normale.

Ecco perché scrivo. Sì, ne sono convinto. Trovo la scrittura quel mezzo tramite il quale poter far apparire semplice ciò che vivo. Mi spiego: scrivere, di per sé, un pensiero, vuol dire limitarlo, sicuramente entro un area di libera interpretazione che permette quindi multiple visioni dello stesso concetto. Come posso, quindi, avere la presunzione di pensare di poter riuscire ad esprimere un pensiero in tutta la sua forma? Credo che questo sia invece infinito, in continua evoluzione, e mi sentirei in difetto se credessi di poterci riuscire. Dunque, ecco che scrivendo, semplifico.

Sorrido, “nόesis nόeseos”, pensiero di pensiero, ed ecco che forse identifico il valore opportuno della riflessione. Se voglio elevare il mio pensiero all’ultimo stadio, facendolo tendere alla perfezione, devo per forza di cose intenderlo come infinito, appunto.

Tu che stai leggendo, che probabilmente sei alla ricerca di un motivo, di una storia, di un capo e una coda, di premesse e conclusioni, di un senso compiuto, dimentica tutto ciò. Come potresti pensare che io possa, viaggiando nel mio pensiero, trovare un reale senso al tutto? Chiaro, no? Il senso è proprio questo.

Dicevo, sono le 7.15.

Mi affiora alla mente il ricordo degli istanti vissuti appena prima di addormentarmi, immagini: quell’ albero spoglio, quel lampione, riguardo fuori dalla stessa finestra, la nebbia si è alzata, lasciando posto ad una brina che sembra far luccicare quel letto di foglie sul marciapiede. Passo diverso tempo ad osservare sempre lo stesso paesaggio, imparando col tempo ad apprezzarne le lievi differenze, come se fosse un quadro in continua evoluzione.

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Categories: Flusso

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