Nati nel ghetto

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Sui social network il mese di gennaio è un periodo di calde discussioni cestistiche. Si avvicina il momento dell’All Star Game, l’evento che fa scontrare i maggiori talenti dell’Nba in una gara di schiacciate, una contest di tiro dalla lunga distanza e una partita nella quale i più forti giocatori della East Conference affrontano i migliori giocatori della Western Conference. Tutti possono votare sui social con l’hashtag #NBAVOTE, seguito dal nome del proprio beniamino. Io ho espresso i miei voti qualche giorno fa, scegliendo i miei due giocatori preferiti: Klay Thompson e Kyrie Irving.

Votare Embiid, per ovvii motivi, è d’obbligo quest’anno. Nella scorsa edizione la grande sorpresa fu l’esclusione di Damian Lillard. Il numero zero di Portland ricopre il lavoro con la più difficile concorrenza al mondo ovvero essere point-guard nella Western Conference, per capirci i suoi colleghi sono Steph Curry, Russell Westbrooke e Chris Paul.

La storia di Damian è una storia di sofferenza, di sudore, di cuore, una storia difficile. Damian è un ragazzo che nasce nella periferia di una grande città americana e cresce negli anni novanta in ambienti dove regnano malavita e delinquenza. Damian è un ragazzo del ghetto.

Nasce a Okland, a pochi chilometro dalla casa dei Golden State Warriors. La città californiana è sempre ai primi posti nei tassi di omicidi e criminalità organizzata. La strada ti fa crescere in fretta, non sempre percorrendo vie normali o legali. Molti ragazzi trovano la salvezza nella musica o nello sport. Damian oltre ad essere un ottimo giocatore di basket ha sempre cantato fin da quando era piccolissimo. Quando entra alla High School non riesce a giocare molti minuti e anche le riviste di scouting, che tengono d’occhio i giovani cestisti, lo bocciano. Decide di cambiare scuola, e riesce in due anni a guadagnarsi una borsa di studio. All’università trova continuità agonistica, viaggia a 25 punti di media al suo quarto anno e viene scelto come sesta scelta assoluta da Portland.

Lillard ha sempre avuto un forte carisma, e dopo non essere stato nominato all’All Star Game, risponde a suo modo, segnando 51 punti contro Golden State, la squadra che è riuscita a battere il record di vittorie in Regular Season della Chicago di Jordan, facendo capire a tutti le sue capacità e la sua forza cestistica.

Proprio da Chicago arriva una storia ancora più forte di un altro ragazzo nato nel ghetto. Il suo nome è Jimmy Butler e si sta confermando come il nuovo uomo franchigia post Rose. Jimmy nasce e cresce a Tomball nell’hinterland di Houston. Suo padre abbandona da subito lui e sua madre. Jimmy è un ragazzo difficile e questo porta la figura materna a una scelta incredibile: abbandona suo figlio per strada. Jimmy si trova a 13 anni senza dei genitori e un tetto sulla testa. Passa quattro anni girovagando tra le case dei sui amici o dormendo per strada. Un giorno, dopo una gara di tiro con il suo amico Jordan Leslie, la famiglia di quest’ultimo decide di adottarlo chiedendogli in cambio un buon andamento scolastico e la capacità di stare lontano dai guai. Marquette gli offre una borsa di studio e Chicago lo drafta e ora ne riscuote la fiducia con ottime prestazioni.

L’icona del ghetto è nato da una ragazza di 15 anni, suo padre sparisce prima della sua nascita, il suo patrigno ha ricevuto un ergastolo per omicidio, sua madre per farlo crescere esercita due o tre lavori contemporaneamente. Il suo migliore amico viene accoltellato dalla fidanzata. A seguito di una rissa al bowling finisce in carcere per qualche mese dove riceve una borsa di studio dall’università di Georgetown. Dopo il secondo anno di college deve rendersi eleggibile al draft Nba perché sua sorella ha bisogno di soldi per essere curata da una forma particolare di epilessia. Prima scelta assoluta al draft 1996 davanti a giocatori come Ray Allen, Kobe Bryant e Steve Nash. La sua canotta nera di Philadelphia con il numero tre è presente sulle spalle di moltissimi ragazzi che giocano sui campetti di tutto il mondo. Lui è il ragazzo del ghetto per eccellenza ed il suo nome è Allen Iverson.

Gli Stati Uniti sono visti da molti come la nazione nella quale i sogni diventano realtà. Tutti possono credere di realizzare i propri obiettivi, anche ragazzi come Damian, Jimmy o Allen, che nascono nelle  più difficili  periferie del paese. Purtroppo, per ogni volta che si parla di un grande giocatore che realizza il suo sogno, migliaia e migliaia di ragazzi non ce la fanno ad emergere e vengono abbandonati alla criminalità, alla violenza, alle droghe. Possiamo quindi concludere che nella nazione che si è fatta garante di libertà in tutto il mondo, la democrazia sostanziale deve ancora compiere passi in avanti consistenti, in quanto negli Stati Uniti si realizza il grande sogno solo per poche persone, ma per ognuna di esse ci sono milioni di uomini e donne ai quali non è garantito l’effettivo godimento di diritti fondamentali come la salute, l’istruzione o la ricerca della felicità.

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