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Qualche secondo di titoli di testa, lettere bianche su sfondo nero. Stacco. Clip senza colori: “Non siete che degli assassini, facile sparare! Non abbiamo mica armi noi, abbiamo solo pietre!” urla un uomo di spalle in primo piano, mentre l’occhio dello spettatore viene catturato dalla muraglia di poliziotti in tenuta antisommossa sullo sfondo di una strada. Stacco. Titolo: “La Haine” (“L’odio”).
Inquadratura della Terra dallo spazio. Voce fuori campo: “Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di 50 piani. Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro, il tizio per farsi coraggio si ripete: “Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene. Fino a qui, tutto bene.” Il problema non è la caduta, ma l’atterraggio.” Una molotov colpisce il pianeta come una meteora. Incendio.
Così inizia il film “L’odio” di Mathieu Kassovitz del 1995, con Vincent Cassel. La pellicola segue, nell’arco di una giornata e una notte, le vicende di tre giovani che vivono in una banlieu (quartiere popolare periferico) di Parigi, il giorno successivo a disordini e scontri fra polizia e i civili, nati a seguito del pestaggio da parte delle forze dell’ordine di un ragazzo fermato per un controllo.
La triade protagonista è formata da: Vinz, un ragazzo ebreo, irruento e violento, che cova odio verso il mondo e la polizia in particolare. La sua rabbia trova la più concreta e immediata possibilità di rivincita nel ritrovamento di una pistola persa nei disordini della notte precedente da uno dei tanto detestati poliziotti. Il secondo è Hubert, un ragazzo di colore, riflessivo e giudizioso, ripudia la violenza come soluzione e vede come unica via d’uscita dal marciume del suo quartiere solamente la fuga. Il terzo è Said, un ragazzo magrebino, il più innocente dei tre. Si lascia facilmente trasportare dalle crude dinamiche della situazione in cui vive, ma le filtra attraverso l’umorismo e l’ingenua incoscienza. I tre, ognuno nella propria figura, vanno a costituire simbolicamente i lati di uno stesso triangolo, il cui baricento è costantemente in bilico fra l’impetuosità di Vinz, il giudizio di Hubert e l’ingenuità di Said. Si integrano a vicenda come le diverse facce di una stessa personalità.
Nello spaccato di una giornata, ma che vuole incarnare tutta la vita delle banlieues, il regista sigilla in un bianco e nero lapidario, senza scampo, il grigio vivere di uno strato della società che per sopravvivere si è costruita una piccola oasi di amara independenza, un baluardo di palazzoni squadrati dove vige la legge del rispetto ottenuto per mezzo della violenza e della criminalità, dove occupare il tetto di un edificio per cucinare salsicce diventa un diritto incorruttibile contro le balorde pretese di sgombero della polizia. Questo mondo dimenticato è la controparte della vita mondana di Parigi, dei bei costumi, della mostra d’arte che i tre protagonisti non riescono a cogliere nel suo significato, ma che rimpiazzano senza troppi complimenti con bicchieri di champagne gratuiti e flirtando goffamente con qualche giovane intellettuale.
Kassovitz costruisce un film crudo che indaga la società, ma anche la stessa natura umana, nei suoi aspetti più profondi. Il regista carica nei tratti duri dei personaggi la rabbia e la voglia di rivincita di chi non ha mai avuto nient’altro che se stesso, l’ingiustizia e la soggettività della vita in chiaroscuri e inquadrature minuziose. In un gioco di annedoti e simboli, sembra che vengano tracciati invisibili fili conduttori tra i personaggi ma, più la pellicola prosegue, più essi si ramificano in una contorta ragnatela in cui il concetto di giusto e sbagliato perde di significato. Rimangono solo i ragni e la lotta per la sopravvivenza. Non ci sono risposte, non c’è morale, Kassovitz non vuole insegnare, ma sceglie di rappresentare in modo disilluso una realtà scomoda ma concreta, popolata da uomini che non si esauriscono in stereotipi o in personalità funzionalmente iperboliche, ma che sono sempre sulla linea del limite, psicologicamente sospesi fra la muta rassegnazione e l’infiammata voglia di rivincita e rivoluzione.
Il film, infine, assume il tono più destabilizzante nella prospettiva del fatto che la sua storia è stata costruita su un evento di cronaca realmente accaduto. La mattina del 6 aprile 1993 il commissario di polizia di Parigi Pascal Compain per errore spara alla testa di Makomé M’Bowolé, un ragazzino ancora minorenne originario dello Zaire, durante il corso di un interrogatorio riguardante il contrabbando di sigarette in cui il giovane era implicato. La tragedia scatenò manifestazioni e disordini, dei quali alcune clip originali sono presenti all’inizio del film. Un piccolo capolavoro.

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Categories: L'editoriale

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