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<<SCHIAVI DELLA LIBERTA’>>
<<Muoviti, Lavora! Schiavo>>. Era con queste parole che cominciava la mia giornata di lavoro a servizio di George Washington, il mio padrone. La mia giornata era composta da venti ore di lavoro e quattro di riposo.
Voi oggi lo conoscete come colui che ha creato gli Stati Uniti d’America, colui che ha sconfitto gli inglesi. Ma io lo conosco come Washington, lo schiavista. E fidatevi, non era diverso dagli altri proprietari terrieri americani.
Ogni giorno, se non facevo bene il mio lavoro , venivo seviziato dalle guardie e poi dovevo riparare a quell’errore. Ogni giorno ero sempre più stanco, e ogni giorno mangiavo solo qualche pezzo di pane.
Ma prima di raccontarvi come ho vissuto la rivoluzione americana, vorrei raccontarvi la mia storia.
Mi chiamo Wetel e sono uno schiavo. Circa dieci anni fa, nel mio villaggio sulle coste del Marocco arrivò un gruppo di inglesi. Mio padre, il capo villaggio, decise di accoglierli pacificamente. Grosso errore.<<Sono solo mercanti>> diceva lui. E in effetti, non aveva tutti i torti. Non appena entrarono nel villaggio, svelarono le loro vere intenzioni.
Saccheggiarono le case, violentarono le donne di qualsiasi età, uccisero gli uomini che tentavano di ribellarsi. Non riuscimmo a fermarli. Noi avevamo spade e frecce, loro pistole e fucili. Alla fine venni rapito insieme a un altro gruppo di ragazzi della mia stessa età. In pochi minuti mi ritrovai in manette dentro una gabbia sulla nave. vidi quelli stessi uomini appicare il fuoco a tutto il villaggio e a un pila di uomini morti.
Dopo qualche minuto passato in preda al panico, decisi di fare qualcosa. iniziai a urlare, <<fatemi uscire di qui>> dicevo. Una di quelle persone bianche mi si avvicinò e, dopo aver detto qualcosa in una lingua che non conoscevo, aprì la gabbia, entrò e con una cinghia iniziò a frustarmi. Lo fece con talmente tanta violenza che dopo qualche minuto svenni.
Quando mi svegliai, mi ritrovai nella stiva della nave insieme ad una cinquantina di persone. “Chissà perché mi hanno preso” iniziai a domandarmi, ma l’aria all’interno era talmente rarefatta che si faceva fatica anche solo a pensare. Alcune persone vicino a me stavano piangendo, altre stavano pregando, altre ancora erano inermi e io sperai che stessero solo dormendo. Io invece ero arrabbiato e confuso. non capivo quello che stava succedendo. nel villaggio c’erano storie che raccontavano gli anziani riguardanti uomini bianchi che venivano dal mare e ti portavano via ma le avevo ritenute sempre solo storielle per spaventare i bambini.
Dopo quello che a me sembrò un’eternità, la nave si fermò. Gli uomini che ci avevano preso vennero nella stiva e iniziarono a contarci e a studiarci. Alcuni di noi, gli inermi vennero presi da alcune persone bianche, portate di sopra e gettati in mare. Io non sapevo cosa fare, se fingermi morto per essere buttato anche io in mare per provare poi a scappare a nuoto. Se rimanere li com’ero e aspettare. decisi di seguire la seconda opzione, perchè, almeno al momento, era meno rischiosa.
I mercanti, dopo aver preso appunti su ognuno di noi, ci legarono nuovamente e ci portarono sul ponte della nave. Finalmente rividi la luce. ci fecero scendere dall’imbarcazione e ci portarono al centro di una piazza circondata da strani palazzi. Ci misero al collo una targhetta con un numero e a uno a uno, ci portarono sopra a un palco. Io non capivo cosa dicevano ma vedevo che dalla piazza ogni tanto qualcuno alzava le mani e, se questi era l’ultimo a farlo, lo schiavo veniva portato al suo cospetto.
Quando fu il mio turno solo una mano si alzò dalla piazza e non capii se fosse una cosa buona o meno. In realtà non stavo capendo proprio nulla.
L’uomo che mi aveva preso con se mi disse qualcosa ma io, non conoscendo la loro lingua, non lo capii. Lasciammo la piazza e due uomini che probabilmente lavorano per lui, mi portato in una grande vallata, piena di piante con un capanno e una grande casa. Mi fecero entrare dentro il capanno, dove trovai altri con il mio stesso colore della pelle che sedevano attorno a un fuoco improvvisato.
il Signore si rivolse a uno di loro dicendogli:<<Questo è nuovo, spiegagli come funziona e preparalo>>.
Quando se ne andò, io mi andai a sedere vicino a quello a cui si era rivolto il signore. L’uomo cominciò a spiegarmi: <<ora sei uno schiavo, dovrai fare ciò che ti dicono, non parlare, non provare a fuggire, non provare a fare nulla in più di quello che i signori ti dicono, e quando ti interpellano rispondi sempre con un Si, signore>>.
solo allora mi resi conto di essere finito all’inferno.
I mesi successivi li passai a lavorare nella piantagione; lavoravo, mi riposavo qualche ora, riprendevo a lavorare e così giorno dopo giorno.
Passarono più di dieci anni e una mattina, svegliandomi, vidi che nella grande casa c’era più movimento del solito. Le guardie sembravano in agitazione, i signori discutevano animatamente e continue carrozze entravano nel cortile della casa, portanto molte persone che sembravano importanti. Belle carrozze, abiti lussuosi, belle donne a fianco, guardie davanti e dietro. Mi chiesi cosa stesse succedendo. Non trovando una risposta, provai a chiedere ai miei compagni ma anche loro non sapevano cosa stesse succedendo. Solo uno disse che aveva sentito dalle guardie che il padrone era stato a Filadelfia qualche giorno prima insieme ad altre persone: stavano progettando qualcosa che avrebbe cambiato la storia di quei territori. Io non capii bene cosa intendesse ma tanto, come ogni giorno, era ora di andare a lavorare.
Il tempo passò e ogni giorno arrivavano nuove notizie sul padrone. Le guardie dicevano che era diventato il capo di un’esercito rivoluzionario che voleva cacciare gli inglesi dalla costa americana. Un altra volta, sentii dire che Washington e vari rappresentanti dei territori occupati dagli inglesi, si erano riuniti a Filadelfia per redigere una costituzione del “popolo americano” che aveva l’obiettivo di creare una prima forma di legge per il nuovo stato, che avrebbero chiamato “Stati uniti d’America” una volta sconfitti gli inglesi. quando sentimmo questa notizia, ci sentimmo felici, perchè il fatto che stessero scrivendo una costituzione sulla libertà, avrebbe potuto significare che presto sarebbero potuti essere liberi anche loro.
Che stupidi fummo quella volta.
I giorni passarono e la mia speranza cominciava  affievolendosi perchè nonostante la pubblicazione della costituzione e le continue vittorie sugli inglesi, la  condizione non migliorava.
Una sera di qualche mese più tardi, mentre noi schiavi eravamo attorno al fuoco a mangiare, entrò scortato da due guardie, George washington in persona. non lo vedevamo da molto tempo ormai e pensavamo fosse ancora a Filadelfia. quando entrò rimanemmo molto sorpresi.
<<Buona sera>> esordì il padrone;
<<Buonasera, signore>> rispondemmo noi all’unisono.
<<Come avrete sentito, l’indipendenza dei nostri territori dall’Inghilterra è ormai prossima>>.
<<Si ne abbiamo sentito parlare, e sappiamo che è lei a guidare la rivoluzione>> dissi io in un inglese elementare. Se vi state chiedendo come l’abbia imparato, sappiate che dopo dieci anni, anche voi lo sapreste bene.
<<Si, si, è vero. Sono io a guidare questa rivoluzione e devo dire che siamo davvero messi bene. Presto gli inglesi saranno sconfitti>> disse Washington.
Uno schiavo alla mia destra si fece avanti e chiese al padrone: <<Signore, finita la guerra, noi schiavi saremo liberi?>>.
Washington, sorpreso dalla domanda, rispose: << Ogni cosa a suo tempo, ragazzo mio, oggi otteniamo l’indipendenza degli Stati uniti d’America, un giorno sarà anche il vostro momento>>.
Con queste parole, il padrone ci lasciò e noi restammo li, a osservare il fuoco della speranza che si affievoliva fino a spegnersi lasciandoci in balia delle tenebre.

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